Il DS della Neuro

Posted on set 30 2015 - 11:47am by Valerio

L’immagine simbolo è quella del giovane Soleri, diciotto anni ancora da compiere, sparato nella mischia di Bielorussia senza un perché e senza aver mai – mai – giocato un minuto in prima squadra. Di immagini però ce ne sono state parecchie altre, in questo inizio di stagione. Maicon che cerca di fermare con lo sguardo i laterali del Sassuolo che gli sfrecciano accanto. Rudiger impegnato molto più a twittare che a giocare, dita svelte e ginocchio fragile. Keita con la lingua di fuori e dolorante ovunque, disperato per la sua tarda titolarità. Iturbe che parte da destra per accentrarsi. Come Iago Falque. Come Salah. O Gervinho che svuota l’armadietto di Trigoria per mete più esotiche e qualche milione in più, ma che poi come se nulla fosse diventa titolare. Castan seduto in panchina, triste e lontano parente del giocatore che fu. E su tutto questo, dall’alto come ama osservare le cose lui, la figura di Sabatini. Il nostro DS. Anzi: il nostro enigmatico, geniale e infantile DS. Che va in Brasile, pesca un minorenne con i denti storti e lo rivende l’anno dopo a trenta milioni. Lo stesso che va in Russia e butta sedici milioni per un centravanti africano che non serve e che dopo tre mesi rispedisce al felicissimo mittente. Praticamente gratis. Quelli che però si stupiscono è solo perché non lo conoscono: Walter Sabatini è così. Una professionalità maniacale che deve fare continuamente i conti con un ego smisurato e un’attrazione irresistibile per il colpo ad effetto. E in fondo è sempre stato così. Da calciatore possedeva già quelle caratteristiche che avrebbe portato avanti da DS. Talento, dribblomania congenita e anarchia totale. A detta di tutti, un imprevedibile testa di cazzo. Che, giustamente, i giocatori veri li ha visti solo da vicino. Romanticismo a parte, ora resta il suo lavoro. Uno che ti porta Dzeko spendendo meno di quello che ha speso per Doumbia come va considerato? Un genio o un coglione? Una risorsa o un peso? Di certo, questa Roma rispecchia molto più la sua immagine che quella di Garcia. Talentuosa, sbilenca, altalenante. E maledettamente, perdutamente, irrimediabilmente incompleta.

 

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Quando gioca la Roma, il mondo si ferma. Quando riparte, per sopravvivere scrivo sceneggiature.
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