Estate 2014. Antonio Conte si stanca della trattoria da 10 euro tutto compreso dove trionfa da tre stagioni consecutive in campionato.
Mezza giornata dopo. La Juventus annuncia Massimiliano Allegri come nuovo allenatore e vince un altro scudetto, arrivando anche in finale di Champions.
Ottobre 2015. La Juve perde a Reggio Emilia col Sassuolo e accumula il massimo ritardo dalla testa della classifica. Si fa strada nella squadra e nell’allenatore il rimpianto per le cessioni di Vidal, Pirlo e Tevez. Il giorno dopo Marotta tuona: “Non ci sono alibi. Siamo la Juve, tecnico e giocatori lo sanno e si regolino di conseguenza”. Dopo queste parole, solo vittorie.
Mercoledì scorso. La Roma si macchia dell’ennesima vergogna da un anno a questa parte e la società è ancora dopo 48 ore in fase di consultazione per stabilire il profilo del nuovo allenatore giallorosso. Come se il triste epilogo della Coppa Italia fosse un fulmine a ciel sereno.
Perché questo parallelismo tra Juve e Roma? Per rimarcare, purtroppo, la differenza di organizzazione e professionalità tra queste due società, che spiega perché loro vincono sempre e noi mai. E poi anche per dire un’altra cosa: per tentare di scimmiottare chi sa vincere non c’è bisogno di portare a Trigoria la vergogna applicata al calcio, vale a dire uno tra Lippi e Conte, se dietro al culo non gli viene messa una struttura vera, come quella della Juve appunto, in cui il primo giocatore che non dà il 1000% nell’ultimo degli allenamenti viene minacciato di morte da farabutti tipo Nedved, e se non cambia andazzo cacciato a calci.
Dario
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