Riportiamo l’intervista di Veltroni a Bruno Conti, uscita sul Corriere dello Sport di oggi. Ogni sabato il quotidiano romano pubblica un faccia a faccia tra l’ex sindaco ed un mostro sacro del calcio italiano. Oggi è la volta di Bruno da Nettuno. Grandissimo giocatore, uomo meraviglioso e immenso cuore giallorosso.
E’ un racconto che parte dall’infanzia e arriva ad oggi. Non potete non leggerlo. Buon viaggio:
La corsa di Conti, come quella dei grandi calciatori, si ricorda a occhi chiusi. Il vero intenditore di calcio distingue i giocatori dal modo in cui solcano il campo, non ha bisogno del supporto della telecronaca. Conti era tutto: veloce, tecnico, forte fisicamente, geniale nelle giocate, dotato di un cross perfetto. Quando cadde “come corpo morto cade” nell’area della Germania tutti lo abbiamo amato come un fratello. Anche lui, come Losi, Totti, De Rossi, Florenzi è stato “er core de Roma” Perché questa città con tutti i suoi difetti, ha il cuore grande capace di ospitare e non dimenticare chi le fa del bene. «Facevo il chierichetto in parrocchia, a Nettuno. C’era, nell’oratorio, un campetto di terra battuta, circondato da mura di cemento. La palla non usciva mai, sbatteva e tornava in campo. Io passavo lì molto tempo a palleggiare, fare dribbling, tirare rigori e punizioni. Ma il mio cuore era diviso tra calcio e baseball. A Nettuno gli americani sbarcati per liberarci avevano portato non solo la libertà, il boogie woogie e le sigarette ma anche il baseball, loro sport nazionale. Per generazioni si è tramandata questa passione, venuta dal mare». Quindi abbiamo rischiato di perdere l’ala destra che tutti gll Italiani ricordano? «In effetti sì. Vennero i dirigenti di una squadra importante, il Santa Monica, e chiesero a mio padre se potevano ingaggiarmi. lo ero un buon lanciatore, mancino, come sarei stato anche con i piedi. Il mio esempio era un mito del baseball nettunense, Alfredo Lauri. Mio padre chiese qualche giorno per riflettere, non era certo un tipo impulsivo. Poi prese la sua decisione, ero troppo piccolo, non era il caso. E grazie a quel padre apprensivo o forse solo responsabile sono arrivato fino a Madrid». Com’era la sua famiglia? «Mio padre si alzava la mattina alle quattro e andava a lavorare, faceva il muratore. Eravamo sette figli. Dormivamo in una casa modesta ma non ci hanno mai fatto mancare nulla. Ricordo il calore rassicurante della stufetta di legno che riscaldava l’ambiente e tre dei miei fratelli che dormivano nello stesso letto. Ricordo quando mio padre tornava a casa, stanco, si lavava e ci preparava la bruschetta. Gli piaceva cucinare. Mia madre mi urlava di smettere di giocare e di andare a lavorare, che servivano i soldi a casa. Eravamo quasi una squadra di calcio, a tavola». Suo padre la seguiva agli inizi? «Ma come poteva, pover’uomo? C’era mio zio, che faceva il barbiere, che mi accompagnava in giro. lo mentre giocavo per il Nettuno fui visionato da quello che chiamavano “il mago del Tirreno”: Domenico Bivi. Mi caricò su una Lambretta e mi portò a Anzio. Non grande distanza, ma grande salto di qualità. Feci vari provini con squadre come il Bologna, la Sambenedettese e anche la Roma. Herrera mi vide e disse che sì, tecnicamente ero bravo, ma non avevo il fisico da calciatore. La stessa risposta si ripeteva, sempre. Fu un periodo difficile. Tra il no di papà all’America e le porte sbattute dalle squadre blasonate, mi chiesi se stavo facendo la cosa giusta». Quando fu la svolta? «Mio cugino aveva un bar a Lavinio e organizzava dei tornei di calcetto. Mi chiamò e io trovai Di Bartolomei, Giordano, Di Chiara. Andavano in ferie lì, erano già nelle giovanili delle loro squadre, fortissimi. Mi sembrava un sogno. Fatto sta che feci un nuovo provino, questa volta con Liedholm. E fui preso. Ero un giocatore della Roma. Per mio padre che aveva anche il cuore giallorosso, fu il momento più bello della vita». Si ricorda l’esordio? «Tutto, ricordo. C’erano le targhe alterne e da Nettuno partì praticamente tutta la città in treno per venire all’Olimpico. Era un Roma-Torino. lo mi procurai un rigore. Poi Domenghini sbagliò, ma, come si sa, può capitare». Poi passò al Genoa «Sì, mi mandarono lì per farmi le ossa, dovevo giocare e una squadra di B era l’ideale per uno, come me, alle prime armi. Si fa così nella vita. Si soffre, prima di gioire. Andai da mio padre per dirglielo. Gli feci il bel discorso che avevano fatto a me. Me lo ricordo ancora. Lui era sul suo motorino. Mi ascoltò e quando finii non disse una parola. Girò il ciclomotore e se ne andò. Vedo ancora la sua figura allontanarsi. Come se io avessi tradito la Roma. O la Roma lui». Come andò quell’esperienza di formazione? «Vinsi il Guerin d’oro come miglior giocatore del campionato di B. E a fine anno fummo promossi in A. L’allenatore era Gigi Simoni, grande tecnico e grande galantuomo. Mi ha dato tanto e io non lo dimentico. Partii in panchina poi divenni protagonista. Vivevo in appartamento con Pruzzo, Chiappara, Mosti. Giocavamo nella Nazionale militare e così tornavo spesso alla Cecchignola, vicino casa». Dalla Cecchignola al Tre Fontane non poi così grande, la distanza. «Infatti l’anno dopo torno a Roma. Ma non feci tanto bene. A fine campionato mi chiamò Anzalone, il presidente, per dirmi che la Roma aveva bisogno di un bomber, che loro avevano individuato Pruzzo e che il Genoa, in cambio, aveva chiesto che io tornassi lì. Insomma, mi sacrificai per Pruzzo. E la cosa più difficile fu dirlo di nuovo a mio padre…». I ritorni sono sempre difficili… «Infatti fu un brutto campionato. Rischiammo di finire in serie C. Dopo l’anno difficile di Roma e questo deludente di Genova sinceramente vacillai. Ma venne in soccorso, come sarebbe successo tante volte, Nils Liedholm. Lui volle riportarmi a Roma, per la gioia di mio padre». Doveva essere, dai racconti che tutti ne fate, un gigante umano, non solo tecnico. «Una persona unica. Andava a vedere le partite delle squadre giovanili, ci seguiva, amava i calciatori fantasiosi e tecnici. Una volta mi mise in grave imbarazzo. lo ero ancora un ragazzo, giocavo nella Primavera. Mi chiamò davanti alla prima squadra, Cordova e altri campioni, e mi disse: “Bruno, fai vedere come si fa lo stop di interno, il tiro al volo…” lo mi vergognavo tantissimo ma lui faceva tutto con tale sincerità che veniva amato sempre, da tutti. Liedholm era un maestro di calcio. Ricordo che Rocca, giocatore magnifico, ai primi tempi scendeva con irruenza sulla fascia e poi metteva al centro dei cross che però non erano misurati. Lui allora si fermava ore con Francesco per provare con lui i traversoni. Restavano sul campo loro due. Anche così Rocca divenne quel fenomeno che è stato, e che bisognerebbe tutti ricordare un po’ di più». Mi dice che ruolo è quello dell’ala? «E’ sacrificio. Tanto. Devi avere doti tecniche, saper saltare l’uomo, arrivare in fondo, mettere la palla al centro nel modo giusto per la testa del bomber. Non facile. Ma l’ala deve anche rientrare, deve marcare, coprire una zona di campo che, mi creda, a farla cento volte in una partita, sembra una maratona. Lanci, gol, chilometri. Questo è l’ala, nel calcio». Chi è stato il più forte nel suo ruolo? «Potrei dirle Causio o Sala, e non sbaglierei. Invece le dico Angelo Domenghini. Lei ricorda quello che ha fatto nel Cagliari con Riva? Si consumava a fare chilometri per tenere sempre raccordata la squadra. Era magro, sembrava patito, perché si faceva in quattro anche per gli altri». Mi parla di Di Bartolomei e di Pruzzo? «Ago era il nostro leader. Se c’era un problema con la società andava lui a parlare, si occupava di noi. Era molto intelligente, taciturno forse ma anche allegro, capace di organizzare scherzi. Aveva una intelligenza speciale anche in campo. Liedholm lo fece giocare anche dietro, per la visione che aveva del gioco e le sue attitudini tattiche. Pochi giorni prima che si togliesse la vita, lo avevo invitato a una manifestazione che avevo organizzato per un nostro compagno, Fabio Casadei, che era rimasto paralizzato per un brutto incidente. Lui fu subito disponibile, era un uomo generoso. Pochi giorni dopo, quella mazzata. Lui non mi aveva mai fatto un accenno a un disagio, a problemi. lo sono ancora qui a chiedermi perché». E Pruzzo? «Lui è Brontolo. Non gli andava mai bene nulla. Se l’autista del pullman andava piano gli diceva di accelerare, se no il contrario. Con lui ho avuto un rapporto speciale. Ero il suo angelo custode, il suo servitore. Quando scendevo sulla fascia destra e arrivavo a crossare sapevo che l’avrei trovata, la testa del bomber. Lui c’era sempre. In Nazionale non ebbe fortuna. Non credo per il suo carattere ma perché Bearzot era innamorato di Rossi e lo voleva recuperare nel modo giusto, senza tensioni». Mondiali 1982, i suoi Mondiali… «Prima di partire mi ero provocato una distorsione, in una amichevole. Ero preoccupato, era l’occasione della mia vita. Causio era ancora fortissimo e dunque un’alternativa valida. Per questo affrettai un po’ il recupero, rischiando. Lo ricordo ancora adesso, eravamo ad Alassio. Bearzot mi guardava allenare e un giorno mi prese da parte e mi disse: “Bruno, non affrettare i tempi, il posto è tuo e non te lo toglie nessuno” Mi sentii liberato. Con me e con Pablito, Bearzot fu particolarmente generoso. Sono felice che ambedue lo abbiamo ripagato nel migliore dei modi». Quando cambiò quel Mondiale per voi rispetto al mediocre girone eliminatorio? «Per dirle dell’umanità di Bearzot le racconto questa. lo ero in stanza con Giovanni Galli. Lui alle dieci e trenta dormiva. Io invece mi facevo venti volte il film della partita passata o prossima. Una notte, al buio, mi alzai. In verità per andare a fumare una sigaretta in bagno. Diedi una botta terribile con lo stinco al comodino. ll giorno dopo lo dissi a Bearzot che da quel momento mi mise in stanza da solo. Tardelli ed io eravamo i due “coyote” che di notte giravano rompendo le scatole. Il silenzio stampa lo decidemmo perché una mattina avevamo sentito Bearzot urlare, un giornalista gli aveva fatto perdere le staffe. Ci riunimmo dopo pranzo e decidemmo. Eravamo un gruppo unito». E poi arrivarono Argentina e Brasile… «Venivamo da tre partite brutte e avevamo davanti le due squadre più forti del mondo. Maradona, Zico, Falcao, Passarella… Facevano paura. Tutti ci salutavano con dei risolini, come dei morti che non sapevano di esserlo. E avevano pronti coltelli e veleno. Però noi ci dicevamo: “in fondo siamo una squadrone, non abbiamo nulla da perdere, proviamoci”». Falcao mi ha raccontato che prima della partita con il Brasile lei lo chiamò per dirgli che tanto loro sarebbero andati avanti e l’Italia sarebbe tornata a casa. «Si chiama pianto del coccodrillo. Ogni vero tifoso lo fa, quando ci sono delle grandi partite. Si figuri un calciatore. Prima di partire ci eravamo fatti fotografare Paulo ed io, con Liedholm e Viola. Lui con la maglia del Brasile io con quella dell’Italia. 11 Barone ci aveva detto che uno di noi due doveva tornare con il titolo. A fine partita Paulo ed io ci siamo scambiati la maglia. Io non sapevo che dirgli. Ho scartato “mi dispiace” perché ero l’uomo più felice del mondo. Ci siamo abbracciati e questo bastava». Chi è stato il terzino che le rendeva la vita più difficile? «Lo stesso che, per fortuna, la rese impossibile a Maradona e Zico. Siamo grandi amici ma lui, quando ti marcava, era un grande paracelo. Tr tirava la maglia, te ne faceva di tutti i colori. Era tosto, Gentile. La mia bestia nera». Parliamo del momento più brutto, la finale di Coppa dei Campioni all’Olimpico e il suo rigore sbagliato. «Noi eravamo sotto una pressione micidiale. In città non si parlava d’ altro da settimane. ll Liverpool era abituato a queste situazioni. Noi no. E i rigori sono stati lo specchio di questa situazione. Io ancora ricordo come un incubo Grobbelaar che faceva le moine, non stava mai fermo, faceva finta di svenire. Irritante. Io tirai in curva quel rigore. Ma dopo averlo sbagliato pensai che avremmo recuperato, che anche loro avrebbero fatto un errore. Fu, dal punto di vista sportivo, una tragedia. Una ferita che sanguina ancora. Nello spogliatoio nessuno parlava. Liedholm aspettò un po’ e poi disse: “Smettetela di disperarvi. Siete stati bravi, avete fatto una buona partita contro un avversario molto forte. Ora concentriamoci sulla finale di Coppa Italia: Vincemmo, fu un riscatto. Almeno in parte». Ricorda la sua partita di addio al calcio? «Le ho detto che ricordo tutto, si figuri se dimentico quella sera. L’ultimo anno con la Roma è stato sofferto. Con Ottavio Bianchi non mi trovavo. In una partita col Bordeaux vincevamo cinque a zero e lui mi fece entrare solo perché il pubblico invocava il mio nome. Quella sera decisi di smettere. Altre squadre mi volevano. Ma io avevo deciso di finire con la mia maglia, quella giallorossa. Anche per mio padre. Così arrivammo alla sera della partita di addio, contro una selezione di campioni di tutto il mondo che erano venuti per me. Il giorno prima avevamo perso la Coppa Uefa con l’Inter e io temevo non ci fosse nessuno allo stadio. Eravamo andati, come fosse una partita vera, in ritiro in un albergo. E Liedholm che ci allenava comunicò la formazione. Quando arrivò alla maglia numero sette disse, dopo una pausa, “anche se avevo idee diverse stasera la dobbiamo dare a Bruno, perché è la sua festa”». Lo stadio com’era? «Non ha idea. Appena il pullman si è mosso dall’albergo abbiamo trovato auto e motorini che ci suonavano e all’Olimpico c’erano ottantamila persone. Un clima incredibile. Io ero in trance. Alla fine feci il giro del campo con i miei figli, uno con la maglia della Nazionale e uno con quella della Roma. Mi fermai davanti alla Curva, mi inginocchiai per ringraziare dell’amore che mi avevano dato i tifosi. Avevo gli scarpini a cui ero più affezionato, uno aveva anche un buchino davanti su quello sinistro, che usavo di più. Me lo sfilai e lo lanciai verso la curva». Poi iniziò ad allenare i giovani della Roma «Sì, mi piaceva molto. Mettevo in pratica gli insegnamenti dei miei maestri e la mia esperienza. Mi piaceva tomare in campo, mettere la tuta, insegnare calcio. Un giorno mi chiamarono in società per dirmi se volevo fare il dirigente del settore giovanile. Io in verità ero dispiaciuto di smettere di allenare, ma dissi che per la Roma facevo questo e altro. Ho cominciato a girare i campi di periferia. Ho trovato De Rossi, Aquilani, Bovo, Florenzi, Bertolacci, Romagnoli. Mi piaceva il rapporto con la gente, con le famiglie». Però poi tornò in campo, per allenare, in un momento drammatico per la Roma… «Si rischiava di andare in serie B. Fu un periodo durissimo. Non con i ragazzi, con i quali avevo uno splendido rapporto. Ma non avevo potuto scegliere la rosa e il clima era difficile. Feci esordire un po’ di giovani, cercai di portare serenità. Mi uscirono tutti i tic del mondo. Non dormivo la notte. Ci siamo salvati alla penultima giornata a Bergamo. Alla fine della partita ci abbracciammo con Rosella Sensi, piangendo. E poi arrivammo alla finale di Coppa Italia». Totti? «Francesco è la Roma. Guardi, una squadra non è fatta solo dei giocatori. Ricordo Giorgio Rossi, il massaggiatore storico e Fabbri, un accompagnatore, per dire persone che hanno fatto silenziosamente molto per i colori giallorossi. Francesco lo capisci se conosci la sua famiglia, le sue radici nella città, i suoi valori fatti di sacrifici e di amore perla squadra. Quanto avrebbe potuto guadagnare se fosse andato in Spagna o in Inghilterra? Ha dato alla Roma le sue ginocchia e la fatica di ricominciare ogni volta. Lo ammiro. Come calciatore e come persona». Lei che se ne intende, chi sono i giovani più forti del campionato? «Le faccio un solo nome: Florenzi. Anche a lui, come a me, dicevano che era troppo mingherlino. Ma è un fenomeno, capace di giocare in tutti i ruoli». La maglia con la quale dormirebbe? «Ne metto due, una sopra all’altra, comincia a far freddo. Quella della partita dello scudetto con il Torino, in cui segnai. E quella azzurra con cui mi sono sdraiato a terra sul campo di Madrid, ricordandomi, in quel momento, il campo di terra di Nettuno con le mura di cemento o la prima figurina, quella del Genoa, con cui mia sorella fece una gigantografia…» La formazione ideale di tutti i tempi. «Quella del Mondiale 1982, la più forte di tutte». Il suo rimpianto principale? «Che mio padre e mia madre non fossero alla partita di addio. Sarebbero stati orgogliosi di me. Loro hanno lavorato tutta la vita solo per noi. E io ho cercato di renderli felici. Quando giocavo, da ragazzo, mi guadagnavo qualcosa lavorando in un negozio di casalinghi. Con la bicicletta portavo bombole di gas che pesavano quindici chili. Mi davano una piccola mancia che io mettevo sul tavolo di casa, quando tornavo. Allora ero io orgoglioso di quello che facevo per loro. Quando sono diventato professionista ho acquistato una casa dove vivevamo tutti insieme. Mio padre era in pensione ma non riusciva a smettere di fare qualcosa. Per cui si era preso l’incarico di curare la manutenzione di tutto. Una volta tornai e trovai che lui aveva installato la caldaia con dei tubi particolari, uno giallo e uno rosso. E in giardino aveva messo dei fiori, uno giallo e uno rosso. E mi guardava, sorridendo».



